Di musei ne esistono tanti, di varie taglie e dimensioni. Dipende da quello che deve finirci dentro. Cosa si fa quando in mostra deve andarci un paesaggio? Semplice: si realizza un ecomuseo. Tra le varie definizioni, la più efficace è quella data Georges Henri Riviére e Hugues de Varine. Nessuna collezione, soltanto patrimonio. A comporre l’esposizione non sono cioè oggetti ma saperi e panorami, fiumi e tradizioni, architetture e intere vallate.
L’ecomuseo è insomma un modo equilibrato di conservare e interpretare il paesaggio e gli ambienti, che sono il frutto dell’intrecciarsi di vita naturale e vicende umane.
In Italia, esistono diversi tipi di luoghi in cui gli abitanti hanno scelto di fare delle proprie tradizioni e della propria cultura un messaggio da comunicare. In questa proposta di weekend, vi presentiamo i quattro ecomusei del Friuli Venezia Giulia. La prima scoperta che possiamo fare in questo weekend? Quando oggi parliamo tanto di sostenibilità (ambientale, sociale, economica), non ci siamo inventati proprio nulla.
Come Arrivare
Paularo: Imboccare l’autostrada A23 Palmanova-Tarvisio fino all’uscita Carnia, poi verso Tolmezzo. Proseguire in direzione di Arta Terme e svoltare poi a destra al bivio per Paularo.
Ecomuseo delle Dolomite Friulane: Imboccare la SS13 e uscire in Via San Daniele/SS463, proseguire poi sulla SP5 e sulla SP4 e imboccare la SS251 fino a Via Venezia.
Il nostro viaggio parte dall’Ecomuseo I Mistîrs, che si trova nella conca di Paularo (valle d’Incarojo), e si occupa soprattutto di recuperare e valorizzare professionalità antiche e mestieri dimenticati. Sapere e saper fare sono al centro della didattica scolastica e dei laboratori etnografici attraverso il quali l’ecomuseo tutela il lavoro come patto tra la popolazione e il suo territorio.
Più di uno sguardo nel passato, si tratta di un vero salto nella vita di un tempo grazie a un itinerario animato che si snoda nel magnifico scenario dominato dai monti Zermula, Tersadia e Sernio. Non perdete la "Fieste dai Mistîrs", l’ultimo fine settimana di agosto. La gente si prepara per settimane, addobbando angoli e case, tirando fuori vecchi strumenti e abiti da soffitte e cantine.
Una vera gara d’accoglienza tra le frazioni. Ovunque, tavole imbandite. Che ne dite di mangiare qui, tra pastori, intagliatori, falegnami e fabbri in festa?
Dalla valle d’Incarojo ci muoviamo verso un’isola naturale e culturale, la Val Resia. Una cinquantina di chilometri che ci conducono in un luogo immerso nella selvaggia natura alpina e in cui la popolazione ha mantenuto intatte usanze, lingua e cultura? L’Ecomuseo Val Resia permette di scoprire questa valle situata nella parte nord-orientale del Friuli attraverso percorsi fisici e sentieri culturali: un mondo in cui ogni angolo una la sua melodia e le sue leggende, le sue favole e i suoi canti.
I percorsi sono quattro e sono accessibili tutto l’anno; queste Vie partono dalla Chiesa di Prato di Resia (l’Origine, cuore e porta d’ingresso dell’ecomuseo), e ognuno ha una meta significativa (le Piazze).
La Via agli antichi Ghiacciai va da Gniva a Sella Carnizza (le glaciazioni sono passate di qua, e si vede); la Via agli Alpeggi va da Oseacco a Provàlo; la Via agli Stavoli collega San Giorgio a Stavoli Ruschis (per gli alpeggi la popolazione saliva dal fondovalle e soggiornava in alta quota fino all’inizio dell’autunno) e infine la Via alla Musica, che collega Stolvizza a Coritis. Già: “alla Musica” (non “della Musica”), nessun errore: qui c’è un silenzio da primo giorno della creazione. Non è il posto ideale per riposare?
Ristorati dal meritato riposo, ripartiamo per ammirare una geografia unica: una pianura circondata dai rilievi e attraversata dal Tagliamento. È il Campo di Osoppo-Gemona, quel che resta di un ampio lago formatosi quasi 10 mila anni fa, allo scioglimento del ghiacciaio tilaventino. La piana è il suo letto e neppure le sue acque sono scomparse del tutto: formano infatti la falda a qualche metro di profondità che dà da bere a più di 300 mila friulani. Ogni tanto ricompare in superficie, dando vita al sistema delle risorgive che costituisce una delle principali attrazioni del territorio.
L’Ecomuseo delle Acque è nato nel 2000. Vi aderiscono i comuni di Artegna, Buja, Gemona del Friuli, Majano, Montenars e Osoppo. Un paesaggio umido che l’uomo conosce e ha imparato a gestire e curare da secoli attraverso canali artificiali (rogge) e altre opere idrauliche che hanno permesso lo sviluppo del centro preservando il territorio, in armonia con le sue esigenze.
A disposizione di ricercatori, turisti e insegnanti c’è anche un museo tradizionale (il Museo dell’arte molitoria), accanto a un Laboratorio didattico e a un Centro di documentazione sulle acque. Con tanto verde, un posto dove mangiare al sacco si trova facilmente.
Ultima tappa del nostro percorso, l’Ecomuseo delle Dolomiti Friulane – Lis Aganis, distante circa 50 chilometri da Gemona in direzione sud-ovest. Nato nel 2004, agisce a sostegno del contesto montano e della sua comunità; l’ecomuseo coinvolge ventidue dei ventisei comuni della Comunità Montana del Friuli Occidentale. Tre le parole d’ordine per altrettanti percorsi alla scoperta del paesaggio rurale: acqua (parchi, mulini, educazione ambientale), sassi (antichi borghi, castelli, archeologia industriale) e mestieri (attrezzi, laboratori, tradizioni).
Emozioni, laboratori, saperi. Potrete trovare tutto questo nelle cellule ecomuseali di Lis Aganis, luoghi di incontro e partecipazione in cui tenere viva la responsabilità per il territorio. Ogni comune ha almeno una cellula tematica. Tanti i progetti, primari e trasversali: oltre alle mostre, si contano anche eventi, manifestazioni e concorsi. Il motto? Imparare facendo.